V Domenica del t. o. La luce nella piaga

Esiste una luce che viene dalle piaghe, esiste una luce che viene dal crocifisso. Isaia nella prima lettura preannuncia questo, dall’azione d’amore sgorga una luce che rimargina la ferita ma che allo stesso tempo la tiene viva. San Paolo parlando ai Corinzi approfondisce questo punto: colui che vuole annunciare il Vangelo, che vuole portare la luce deve avere un’unica ed eterna conoscenza, la conoscenza d’amore, la conoscenza del crocifisso, l’amore e la luce si inseguono nella danza della sofferenza e del sacrificio, che è offerta per il mondo. Ed ecco che due sensi nel Vangelo indicano la via: il gusto del sale, che è il gusto dell’offerta, del sale che rende più viva la nostra ferita ma che allo stesso tempo insaporisce la nostra mediocrità, la nostra ordinarietà. Questo sale è pericoloso: è il sale della terra che può rendere la terra ricca ma anche sterile. Ed ecco la visione, la luce di cui parlavo: questa luce è da porre in alto, aperta al mondo che ha redento. Non dobbiamo vergognarci della croce, della nostra miseria, della nostra debolezza offrente nell’amore. Dobbiamo illuminare con il nostro essere crocifissi tutti gli aspetti della realtà rendendoli portatori di luce, rendendoli braccia aperte. La sofferenza deve e può essere via aperta, non chiusa. Non mettiamo le nostre sofferenze, le nostre crocifissioni sotto il moggio della vergogna, chiudendoci nel cupo orizzonte del nostro sguardo. Leggiamo infatti nel Vangelo di Matteo (Mt 6,22-23) «La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!». Lo sguardo! Il nostro sguardo deve essere di luce sennò quale sarà la nostra luce? La soluzione? Anche il nostro sguardo deve essere crocifisso. Ricordiamocelo: una sola è la conoscenza, una sola la sapienza: quella della croce. Il nostro sguardo deve passare la notte per poi vedere l’alba. Il nostro sguardo deve essere ferito dalla sofferenza del mondo per poi vederne con compassione la bellezza. L’unica nostra tristezza deve essere appunto la misericordia, l’essere tristi per l’altrui miseria, questo ci porta ad un moto di uscita, a essere non già sola luce ma luce illuminante che si muove verso l’altro, lo soccorre. 

La Passione del Signore sia sempre nei nostri pensieri perché essi siano illuminati per il bene del mondo. Augurando a tutti voi di vivere il giorno del Signore della Pace che solo lui dà e solo in lui si trova.

Rodolfo Maria Crisci

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